Dopo gli insulti dei no-vax Zaytsev spiega la sua scelta: “Voglio essere d’esempio”

Dopo gli insulti dei no-vax Zaytsev spiega la sua scelta: “Voglio essere d’esempio”
30 agosto 2018

Ivan Zaytsev, capitano della Nazionale di pallavolo italiana in procinto di partecipare ai Mondiali, nell’intervista a ‘Grazia’ spiega perché ha postato una foto della figlia subito dopo le vaccinazioni, che gli è costata gli insulti dei ‘no-vax’: “Sono un personaggio pubblico, ho usato la mia visibilità per sensibilizzare la gente”.

Così il 29enne, figlio del campione olimpico russo Vyacheslav: “Ci tenevamo a far sapere che per noi vaccinare i figli è una forma di rispetto per tutta la comunità: nei Paesi dove non si vaccina la mortalità per malattie infettive è molto più alta.

Non si tratta di guerra tra case farmaceutiche, ma di dati scientifici».

Sono uno sportivo, ma anche un cittadino. Essere un personaggio pubblico è un vantaggio. Ci sono temi che mi stanno a cuore e credo sia importante usare la mia visibilità anche per sensibilizzare la gente. Ma non voglio fare politica o essere strumentalizzato”.

Sul web c’è chi ha espresso perfino giudizi razzisti, augurandogli di “tornare a casa”: “Commenti così superficiali dimostrano che gli odiatori non conoscono né la mia storia né come mi sento. I miei genitori sono russi, è vero, ma la cittadinanza italiana l’ho desiderata, conquistata, come prevede la legge, dopo dieci anni di residenza.

Sono nato a Spoleto, ma in Italia non esiste lo ius soli, anche se io sarei favorevole, perché sono convinto che le persone che nascono qui sono la forza del nostro Paese”.

Per lo ‘zar’ il bronzo olimpico a Londra 2012, l”argento a Rio 2016, 2 argenti europei e 3 bronzi nella World League, ma il peso della figura del padre si è fatta sentire, soprattutto in passato: “È stata una figura opprimente. Giravamo il mondo per il suo lavoro.

Voleva che diventassi un suo mini-clone. Io, invece, caratterialmente ero diverso da lui e ho fatto fatica a liberarmi dalla sua ombra”.

I primi anni della sua educazione sono stati in Russia, “dove il sistema è rigido”; spiega: “Educazione un po’ militaresca, poco permissiva. Il gioco e lo sport sono dei ‘premi’: li ottieni solo se hai buoni voti e se hai finito i compiti.

È stato pesante, così come avere un padre che aveva già deciso come dovessi essere. Ora penso che questo mi abbia aiutato a capire ciò che è giusto, sbagliato o utile”.

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