Allegri torna su Cardiff: “Sapevo che non eravamo la squadra migliore. Ma possiamo rifare quel percorso”

Allegri torna su Cardiff: “Sapevo che non eravamo la squadra migliore. Ma possiamo rifare quel percorso”
10 agosto 2017

Massimo Allegri torna sulla finale di Cardiff in un articolo scritto per il sito americano dedicato ai racconti degli sportivi theplayerstribune.com: un pezzo in cui confessa, fra le altre cose, che la sera successiva alla partita, persa 4-1 dai bianconeri, aveva pensato di dimettersi.

L’articolo, di cui proponiamo alcuni passi, ha per titolo “Il preside”, perché è questa la professione in cui Allegri si vedeva da giovane, come spiega scherzando: “Un giorno l’insegnante mi ha fatto arrabbiare e mi sono reso conto che non ero fatto per essere uno studente ma che avrei voluto fare il preside”.

Ma l’attacco è su Cardiff: “Quando ho visto il calcio di Mario Mandžukić volare sulla testa del portiere del Real Madrid ho pensato: ‘Wow…. Forse forse’. Poi, ha colpito la rete e ho pensato: Ok, forse abbiamo qualche possibilità.

“Sfortunatamente il Real Madrid ne ha molti di giocatori speciali. Nel secondo tempo ci sono mancati gli strumenti e i giocatori necessari. Avevamo due giocatori che a malapena riuscivano a stare in piedi e il Real Madrid ha giocato una partita intelligente. Erano rilassati e a loro agio.

“Per arrivare alla finale, devi avere talento e fortuna. Per vincerla devi essere la squadra migliore. Potrà sembrare strano ma alla fine della partita quella sera ero molto sereno, perché sapevo che noi non eravamo la squadra migliore.

“Ma la sera successiva mi sono fatto delle domande difficili: ero arrivato alla fine del percorso? È il massimo che posso ottenere da questa squadra? Una parte di me pensava di andare al lavoro il lunedì e dare le dimissioni.

Leggi anche:
Lazio, Curva Nord squalificata: Lotito sposta i tifosi nella Sud...

“A volte sono percepito come freddo ma la forza di un allenatore è anche essere distaccato dal proprio lavoro. Ho una grande passione per il mio lavoro e mi diverto a farlo – altrimenti non potrei andare in ufficio ogni mattina – ma non mi piace vivere 24 ore al giorno pensando al calcio”.

Sui primi tempi in bianconero: “Quando sono arrivato alla Juventus tre anni fa, ho cambiato poco all’inizio. La squadra funzionava bene sotto Conte.

“Poi con l’arrivo di nuovi giocatori ho cominciato a cambiare il sistema di gioco e a costruire la squadra che volevo – trovando giocatori che lavorano in sintonia, rafforzando il gioco d’attacco, cercando di essere tatticamente flessibili.

“E alla fine della stagione insieme siamo arrivati alla finale della Champions League, che è come andare alla prima alla Scala. Se solo non fosse finita con la perdita al Barcellona. Era una delusione enorme però credevo di aver imparato lezioni da quella sconfitta.

“Quando siamo arrivati alla seconda finale quest’anno contro il Real Madrid pensavo di aver capito di cosa avevamo bisogno, tecnicamente e tatticamente. Sopratutto quando Mario ha fatto quel gol straordinario ho pensato: ‘Forse è il nostro momento’. Ovviamente, non lo era.

“Quando sono tornato a casa dopo la sconfitta a Cardiff ho pensato seriamente se continuare. Ho anche pensato al perché sono diventato un manager e ho pensato a mio nonno. Era un muratore e ha lavorato sodo.

“Quando ero un ragazzo veniva a tutte le mie partite. Non gli importava se vincevamo o perdevamo. Non gli importava granché del calcio. A lui importava che io mi divertissi ed era contento di vedermi giocare: sono questi i valori che ho dentro. C’è tanta pressione a questo livello del calcio, ovviamente, ma io non dimentico perché faccio questo lavoro”.

Leggi anche:
Lotito: "Minala meglio di Higuain, da quella posizione non ha sbagliato"

La decisione di restare è stata personale: ho ancora molto da dimostrare. E so di aver ancora tanto da insegnare. Così quella sera prima di andare a dormire ho deciso che se la società era d’accordo con la mia strategia, sarei rimasto.

“Il giorno dopo avevo la mente lucida. Si è detto tanto nei media su questa squadra e sui giocatori, cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare.

“Io guardo Paulo Dybala e Gigi Buffon che sono il simbolo di questa squadra. Vedo Dybala come un ragazzino che inizia le scuole superiori. Buffon come uno che sta per prendere la laurea. Uno con una carriera davanti e uno alla fine della sua. Uno che deve dimostrare che in Europa è uno dei migliori giocatori. L’altro che è già grande ma che vuole chiudere la carriera al meglio.

“So che possiamo toglierci le scorie di Cardiff. So che possiamo tornare alla Champions League. Allora continuiamo a lavorare sodo. Cercando di tornare alla prima alla Scala. La cosa bella nella vita è che c’è una stagione di teatro ogni anno.”



Leggi anche:
Juventus-Sporting 2-1, i bianconeri fanno tutto da soli: autogol, poi i colpi dei singoli
Commenti