Troppi allenatori in Italia, poca preparazione e settore giovanile allo sbando

Troppi allenatori in Italia, poca preparazione e settore giovanile allo sbando
12 aprile 2015

Alcuni brani di un’interessante intervista a Felice Accame, docente di teoria della comunicazione a Coverciano, realizzata da Pasquale Coccia per “Il Manifesto“, che svela quanto inadeguata sia la formazione professionale degli allenatori italiani.

“In Ita­lia chi prov­vede all’aggiornamento dei 72 mila alle­na­tori che ope­rano a vari livelli nel mondo del cal­cio? Nes­suno”, nell’inchiesta del quotidiano romano si delinea una realtà sconcertante. “Eppure – continua l’articolo – ognuno di loro paga una quota annuale alla Feder­cal­cio, che incassa e li lascia alla loro sorte. Chi accede al super­corso di alle­na­tore a Cover­ciano? Solo i cal­cia­tori, ma saper gio­care a cal­cio non signi­fica saper inse­gnare la didat­tica del cal­cio”.

Felice Accame, che dal 1989 è il coor­di­na­tore del Cen­tro Studi del Set­tore Tec­nico della Fede­ra­zione ita­liana gioco cal­cio (Figc) e docente di Teo­ria della Comu­ni­ca­zione presso la Scuola Alle­na­tori di Cover­ciano, spiega a Pasquale Coccia che “la mag­gior parte delle meto­di­che di alle­na­mento del cal­cio pro­viene dall’atletica leg­gera. Sul finire degli anni ‘60 ini­zio ’70 Enrico Arcelli costi­tuì una sorta di rivo­lu­zione nella meto­do­lo­gia dell’allenamento, facendo cor­rere i cal­cia­tori su lun­ghe distanze o lungo i pen­dii, salite e discese, l’interval trai­ning è stato uti­liz­zato prima nell’atletica leg­gera e poi nel cal­cio”. E aggiunge che “c’è una parte con­ser­va­trice molto evi­dente, legata agli aspetti socio-politici del sistema, tutti i pro­cessi di for­ma­zione sono molto più arre­trati rispetto a ciò che potrebbe sod­di­sfare le esi­genze attuali”.

Allenatore e calciatore, due figure diverse ma spesso unite dallo stesso destino. “Tutto il sistema cal­ci­stico ita­liano, ma non solo, è dila­niato da una con­trad­di­zione, si attri­bui­sce al tec­nico una capa­cità che gli deri­ve­rebbe dall’aver pra­ti­cato il cal­cio”, spiega Accame a “Il Manifesto” ma “è ovvio, saper fare una cosa è com­ple­ta­mente diversa da sapere come ha fatto a farla. I cal­cia­tori ese­guono delle gio­cate incon­sa­pe­vol­mente, ma quando cam­biano mestiere, da cal­cia­tore ad alle­na­tore, non si tro­vano più nella con­di­zione di poter gio­care la palla”.

Il problema, ovviamente non riguarda principalmente i grandi team: l’esempio è quello di Filippo Inzaghi. “Ai mas­simi livelli, ti met­tono die­tro un team di per­sone com­pe­tenti e l’urto si atte­nua, ma quando sei solo, abban­do­nato nel set­tore gio­va­nile, se non sei in gamba fai dei guai”, anzi Accame sottolinea nella sua intervista che “per l’accesso al corso per alle­na­tori a Cover­ciano tende a favo­rire gli ex cal­cia­tori, pri­vi­le­giati dall’alto pun­teg­gio acqui­sito per essere stati cal­cia­tori, ben poco viene con­cesso a coloro che hanno acqui­sito un’esperienza sul campo come alle­na­tori, in quanto a pun­teggi rimar­ranno sem­pre indie­tro rispetto agli altri. È una palese con­trad­di­zione”.

Sullo stato del settore giovanile, gli esempi vincenti sono Atalanta e Empoli, club “che riser­vano con­si­stenti con­tri­buti finan­ziari al set­tore gio­va­nile, hanno bilanci sani. È chiaro che c’è un pro­blema di classe diri­gente, che si avvi­cina al cal­cio da un punto di vista eco­no­mico con idee molto pre­ca­rie. Ci sono diri­genti spinti verso que­sto mondo da tutt’altro tipo di intenti, che pos­sono essere di ordine poli­tico, di imma­gine e di comu­ni­ca­zione, che non hanno nulla a che fare con un serio pro­getto pro­iet­tato nel futuro. Nel mondo del cal­cio sarebbe neces­sa­ria la for­ma­zione dei diri­genti, affin­ché sap­piano sce­gliere e imporre alla Feder­cal­cio i pro­cessi di for­ma­zione dei tec­nici che si occu­pano delle loro squa­dre”.

I numeri parlano di un settore numeroso, ma poco sfruttato. “Attual­mente – racconta Accame a Coccia – abbiamo 83 mila 146 tes­se­rati al Set­tore Tec­nico, sono tutte per­sone che pagano la tes­sera annuale, dun­que val­gono un capi­tale. Se togliamo 6500 per­sone che si occu­pano di que­stioni medi­che, 700–800 diret­tori spor­tivi, un migliaio di pre­pa­ra­tori atle­tici spe­cia­liz­zati nel cal­cio, che seguono i corsi a Cover­ciano, tutti gli altri sono alle­na­tori che vanno dalla serie A alla terza cate­go­ria. In tutto il sistema cal­cio c’è una con­cor­renza diretta tra circa 72 mila alle­na­tori. Gli alle­na­tori pro­fes­sio­ni­sti di primo livello, che si con­ten­dono le pan­chine di serie A e B, sono 772. Sul piano dell’aggiornamento il mondo degli alle­na­tori non riceve niente, come Set­tore Tec­nico riu­sciamo a fare una riu­nione all’anno per gli alle­na­tori tes­se­rati in quel momento per una società, ed è il giorno in cui si asse­gna il pre­mio della Pan­china d’Oro, fac­ciamo due o tre ore di aggior­na­mento e alla fine c’è un dibat­tito. È l’unica forma di aggior­na­mento, che a norma di rego­la­mento ogni anno dovrebbe essere riser­vata a 72 mila per­sone, che pra­ti­ca­mente sono abban­do­nate”.

Secondo Accame “occor­re­rebbe tor­nare all’antico”, quando “tutte le società erano obbli­gate a comu­ni­care alla Feder­cal­cio i luo­ghi e gli orari degli alle­na­menti, prima o poi le ispe­zioni capi­ta­vano a tutti. L’idea di una veri­fica perio­dica del lavoro di coloro che svol­gono que­sto ruolo sarebbe oppor­tuna, e non credo di fare una pro­po­sta rivo­lu­zio­na­ria, visto che la Feder­cal­cio l’aveva attuata già cin­quanta anni fa”.


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